Dante Alighieri e l'Appennino a 700 anni dalla sua morte.

 

Guai a voi, anime prave^

non isperate mai vedere lo cielo:

i' vegno per menarvi a l'altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e n' gelo.

 

Premessa

Come ogni anno a Gennaio si torna alla vigna, dopo averla un poco abbandonata e tradita,

passata la vendemmia, a favore della cantina. Il primo intervento è quello della potatura e

richiede innanzitutto una grande adesione al terreno, al filare, alla pianta. Di fronte alle

prime viti ci mettiamo addirittura in ginocchio, per riflettere, ritrovare l'empatia e la

sensibilità inerenti alla pratica. Si guarda come ha vegetato la pianta nell'anno precedente;

si cerca il tralcio più interessante sul quale andremo a produrre nell'anno in corso; si lascia

un tralcio più piccolo, chiamato sperone, che a sua volta andrà a produrre qualche

grappolo, ma che ci interessa soprattutto in funzione di rinnovo, per l'anno a venire.

Ovvero nel potare abbiamo sempre uno sguardo rivolto al passato, uno al presente, uno

futuro. Per questo si dice che la potatura "ti rimette in bolla con il tempo".

E tuttavia quest'anno in qualche modo è un anno eccezionale, perchè potando, e via di

seguito con gli altri lavori, penseremo a Dante, anche noi che lavoriamo la terra e ci

chiamiamo contadini. Tra uno sperone e un tralcio, dentro l'eterno ciclo del tempo,

abbiamo deciso di dedicare un vino, una bottiglia, un'etichetta a Dante. Il vino è bianco,

come la fazione Guelfa; la bottiglia è di Timorasso, un vino dell'Appennino; l'etichetta Il

Selvaggio, perchè è selvaggio il Dante che andremo a evocare.

In quanto lavoratori della terra e abitanti dell'Appennino quello ci interessa richiamare è

soprattutto il Dante Appennino, l'esule, l'arrabbiato, il senza patria, che cammina per monti

e valli con la Commedia in testa e le tasche vuote. Un lavoro di spigolatura, periferico alla

vita e all'opera del Sommo Poeta, assunte piuttosto come pretesto per parlare

dell'Appennino.

Prima citazione:

Quando il discorso viene a cadere sui luoghi danteschi, il pensiero corre subito, oltre che

a Firenze, come è ovvio, a città quali Verona, Arezzo o Ravenna; raramente ci si ricorda

che Dante ha vissuto per molti anni tra i monti dell'Appennino tosco-emiliano e tosco

romagnolo. Sottolineare la componente appenninica dell'esperienza biografica di Dante

non è una mera curiosità e nemmeno un semplice scrupolo da storico: l'immagine della

sua vita sarebbe distorta se non si tenesse nel debito conto che in essa si incrociano il

mondo mercantile e artistico della "borghesia" comunale e quello delle giurisdizioni

feudali insediate proprio sui versanti appenninici. Se Firenze si colloca sotto il segno del

profitto, l'Appennino ricade sotto quello dell'onore. L'incontro-scontro tra questi due

mondi segna Dante in profondità.

Marco Santagata, Dante. Il romanzo della sua vita. Mondadori 2017.

 

A seguire, nei prossimi mesi, continueremo a parlare di Dante e dell'Appennino, fino

all'imbottigliamento, ovvero fino alla prossima vendemmia, come prevede il protocollo del

Timorasso e delle celebrazioni corso. Dante Alighieri infatti, nato a Firenze nel 1265, mori

a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321. La ricorrenza che si celebre è

quindi la sua morte, i 700 anni che ci separano dalla sua morte.

NOTA

Dante Appennino nasce dalla collaborazione di: La Vecchia Posta, Gianluigi Mignacco e

Antonella Punto. Si tratta di un'opera aperta, che non esclude, incursioni, partecipazioni e

sorprese. Gli autori si presenteranno strada facendo, entrando in gioco con le loro proposte.

 

Firmato: Salimbene de Grue.



Dante e l'Appennino - Prima puntata

Come annunciato nella Premessa di fine Gennaio, cominciamo con la prima puntata di Dante e l'Appennino, il progetto con cui vogliamo, a nostro modo, contribuire all'anniversario dantesco relativo ai 700 anni dalla sua morte.

I primi contributi:

 

Dante Appennino 1 - Jacopone da Oliva

Dante al liceo, quanto l'ho odiato - Semino Roberto

Degustazioni dantesche 1 - Gaia Semino 

Narcolessia 1 - Gianluigi Mignacco


Dante Appennino 1

Della vita di Dante, sappiamo poco, pochissimo. Molte delle cose che sappiamo sono

probabili, più che certe, indizi che faticano a trovare riscontri definitivi. Sappiamo poco

soprattutto in relazione agli interrogativi che continua a suscitare la sua opera. Vorremmo

sapere tutto, tutto quello che la sensibilità del presente ci suggerisce di domandarci, ma

dobbiamo accontentarci di tracce. I documenti relativi alla sua vita si rarefanno

ulteriormente negli anni dell'esilio, quelli in cui scrive la Commedia e attraversa

l'Appennino.

Il vuoto non è colmato dagli scritti che cominciano a dedicargli dopo la morte. Il

Trattarello in laude di Dante è l'esempio più noto. Scritto da Boccaccio, tra il 1357 e il

1362, è prima di tutto un segno dell'interesse e dell'ammirazione che l'autore del

Decamerone nutriva per Dante, fin dalla giovinezza, e che coltivò tutta la vita parlando con

diverse persone che conobbero il poeta. Oltre a scrivere il Trattarello, Boccaccio (1313-

1375), passò gli ultimi anni della maturità a commentare e divulgare la Commedia, che

chiamò "Divina". Un lavoro prezioso, che tramandava l'opera di Dante e la sua fama,

dando inizio al culto per il grande genio.

 

Le Rime e la Vita Nova.

Nato nel 1265, Dante entra nel cerchio dei poeti fiorentini a 18 anni, nel 1283, con l'invio

ad una selezione di eletti del sonetto-visione A ciascun'alma presa e gentil core. Le poesia

si rivolgeva ai cuori gentili e parlava d'amore, nello stile che avevano cominciato a

diffondere Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti. La corrispondenza in versi era una

pratica diffusa, intrecciava dialoghi sotto forma di "tenzoni", proposte, esortazioni ed era

all'origine di botta e risposta che potevano essere molto spassosi.

Negli anni successivi Dante esplorerà altri filoni, che ritroveremo nella Commedia, come il

Comico e le "Rime Petrose". Ma per la storia della letteratura questi sono gli anni del

Dolce Stil Novo e Dante è tra i protagonisti. Nei primi anni novanta è un poeta affermato,

riconosciuto, che gode di una certa fama, non solo a Firenze e nella cerchia dei letterati: a

Bologna, nel 1287, il Notaio Enrichetto delle Querce trascrive sopra un documento cui

stava lavorando, a margine, un sonetto che comincia "Non mi porìano già mai fare

ammenda". Sappiamo che il sonetto era di Dante.

Nel 1295 Dante porta a termine un nuovo lavoro, la Vita Nova, che rappresenta il culmine

di questa stagione e in qualche modo anche un racconto della stessa. Si presenta come un

di romanzo d'amore, autobiografico, estremamente pop, facile e lineare: è composta da 31

poesie scritte in momenti diversi e montate al termine di capitoli in prosa che narrano,

tessono, inventano. Lo si può leggere in poche ore, tutto di un fiato. Ma come ci ricordano

le righe di chiusura, siamo di fronte a un poeta, a Dante, e la riflessione sull'amore non è

mai disgiunta dalla riflessione stilistica, dalla forma poetica. Ovvero le parole finali, oltre a

farci pensare alla futura Commedia, ci guidano a ritroso nel rileggere il romanzo, magari

più lentamente, alla scoperta di questa relazione di "convenienza" tra la materia amore, il

suo divenire e le rime.

"Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che

mi fecero proporre di non dire più di questa benedecta infino a tanto che io potessipiù

degnamente tractare di lei. [...] Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono,

che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dire di lei, quelo che mai non fue detto

d'alcuna".

 

Nel complesso Dante scriverà 59 poesie sparse, raccolte nelle Rime e 31 montate nella

Vita Nova. Gran parte di queste vennero scritte prima di arrivare "Al mezzo del cammin di

nostra vita", ovvero al 1300, la data fatidica. Con l'ingresso in politica ed il successivo

esilio termina infatti la prima parte della vita di Dante e siamo a cavallo del nuovo secolo.

 

Appennino

Dante sarà costretto ad attraversare l'Appennino più volte e in alcuni momenti della sua

vita a soggiornarvi per periodi anche abbastanza lunghi, in Lunigiana e nel Casentino. Un

luogo di attraversamento e di sosta, dove il poeta ha pensato, immaginato, scritto.

Gli anni di Dante, prendiamo il 1300 come punto di riferimento, rappresentano il culmine

di una espansione demografica ed economica che prosegue senza grandi interruzione da

circa tre secoli, a partire dall'anno mille. Un fenomeno che attraversa l'Italia e buona parte

dell'Europa. La popolazione aumenta vorticosamente, nelle città e nella campagna, i centri

esistenti crescono, vengono fondati nuovi villaggi, colonizzate le colline, le pendici dei

monti. Muta il volto delle città ed in stretta relazione, quello quello del contado, il

paesaggio agrario. È sempre il bosco a dominare la scena, non solo sulle montagne e sulle

colline, ma anche nelle pianure. Tuttavia gli spazi aperti, coltivati, si allargano

significativamente in questi secoli.

Disboscamenti e dissodamenti si susseguono a un ritmo da frontiera per far fronte alle

crescenti esigenze alimentari di una popolazione in aumento. La coltura del grano e più in

generale di cereali torna a diffondersi, a conquistare nuove aree, dopo la frattura

successiva alla fine dell'impero romano, il conseguente cambio di passo. Pionieri e coloni

crescono attorno a piccoli insediamenti già esistenti, ne fondano di nuovi, attorno a rocche

e castelli si moltiplicano gli abitati.

In questo contesto molto ruspante nasce anche Avolasca. Per la posizione che occupa, tra

alta collina e prime montagne, Avolasca fa parte di una sorta di "Preappennino". Ancora

oggi è in larga parte circondata da boschi, che tornano a espandersi, in seguito

all'abbandono delle terre e osservando il paesaggio sono ben visibili i segni dell'avanzata e

i successivi arretramenti delle coltivazioni. Avolasca è nominata nella Cronaca di Tortona

all'anno 1176. La presenza del "castello" viene data per certa attorno all'anno mille e una

prima chiesa venne costruita nel secolo successivo. In occasione dell'assedio di Tortona da

parte di Federico Barbarossa, pare che alcuni milanesi arrivati per difendere la città si

fossero stabiliti attorno al "castello". Più indietro, in epoca longobarda, Avolasca viene

menzionata tra i possedimenti dell'Abbazia di San Colombano di Bobbio. Più avanti, per

secoli, abbiamo solo scarne notizie, dalle quali si desume tuttavia che un piccolo centro si

era formato. Cominciamo ad avere dati interessanti solo a partire dal 1669, quando la

popolazione assommava a "250 anime in 45 fuochi". Ma non bisogna fare l'errore di

immaginare una sorta di progresso lineare, continuo. I decenni della maturità di Dante

segnano come una punta nella storia dell'Appennino medioevale, all'interno della quale gli

storici vedono già i segnali della prossima crisi.

Il tracollo viene comunemente ricondotto all'avvento della peste nera in Europa, nel 1348.

Dante non la vedrà, ma ne saranno testimoni Boccaccio e Petrarca (1304-1374), di un paio

generazione più giovani. Per Boccaccio la peste divenne la cornice del suo progetto

letterario più ambizioso, il Decameron. Cominciano decenni di declino demografico ed

economico, i paesi si spopolano, la terra viene abbandonata all'incolto. Il fenomeno, fatte

le debite proporzioni, può essere posto in relazione a quanto avvenuto in Italia nel corso

del ventesimo secolo. Tenendo presente che nel medioevo lo spopolamento

dell'Appennino avvenne in concomitanza con un tracollo demografico che riguardava da

vicino anche il mondo delle città, dei centri grandi e piccoli delle pianure. Fu un collasso

generale. Nel secolo ventesimo lo spopolamento della campagna e dell'Appennino avviene

in parallelo ad un incremento vertiginoso dell'economia e della popolazione, e va quindi

posto in relazione all'urbanizzazione, all'industrializzazione e alla discesa delle persone

verso la pianura. Un collasso culturale e politico.

Tutto questo per dire che l'Appennino attraversato da Dante era molto popolato, in

relazione ai numeri dell'epoca, e le campagne erano sicuramente ben coltivate, pascolate,

almeno fino alla collina, al preappennino. Attorno era il bosco.

 

 

Firmato Jacopone Da Oliva

 

Mulazzo, Lunigiana. Sullo sfondo le Alpi Apuane.


Dante al Liceo: Perchè l'ho odiato

 

Uno dei grandi segreti della scuola e delle materie che ti sono rimaste nella mente è

il fatto di quanto un’insegnante ti abbia fatto amare od odiare un soggetto .

Nel mio caso ho incontrato una Prof di Italiano che di sicuro era sinceramente

affascinata da autori come Dante Alighieri o Manzoni , ma assolutamente

impreparata a trasmettere questa sua devozione agli studenti , in particolar modo

nella pienezza degli anni ’70 .

 

Il Personaggio

Una Signora non sposata , già di una certa età , rossetto vistoso che con il

trascorrere delle ore si spalmava sui denti . Indimenticabili le ore di recupero

pomeridiane dove si svaporava una Super con filtro e una caramella al cognac . Di

queste due abitudini ne facevano le spese le vittime dei primi banchi , chiamate a

turno a buttare dalla finestra la cicca di Super completamente inzuppata di rossetto

o ad esaminare le arcate dentarie della Prof , intenta a staccare col dito un pezzo di

caramella .

 

Noi

Una classe di Liceo tortonese che con questa Prof ha passato gli ultimi tre anni ,

accompagnata dai Canti del Poeta. E all’interno di questa classe io e il mio

compagno di banco , un po'; contestatori e un po' disperati : lo scontro con questa

Prof è stato continuo e particolare , lei ti correggeva il tema di Italiano , non solo

nella grammatica , ma anche nel pensiero stesso , arrivando a cancellare con la

matita blu intere frasi e riscrivendole con un concetto opposto . Il risultato per noi

era una sufficienza raggiunta sempre a fatica e qualche visita obbligata al Preside .

Sull’argomento Dante però si raggiungeva l’apoteosi . Ogni lettura commento o

spiegazione terminava con l’immancabile motto “chi era Dante ? un GENIO ! “ e

contro questo scoglio si infrangevano come onde tutte le nostre domande ,

osservazioni o critiche . Di contro ,durante le interrogazioni ,si poteva uscire dai

momenti incerti citando la mitica frase che faceva guadagnare sempre qualcosina .

 

L'episodio

Ultimo anno , primo giorno di scuola , prima ora di Italiano .

Noi : ultimo banco , fila centrale , spalle al muro come in un western . Vedete ,

quella è la posizione migliore , soprattutto se vuoi combinarne qualcuna tipo : a)

fare commenti ironici difficilmente individuabili per questioni acustiche b) nelle ore

disperate farti i cazzi tuoi , leggere il giornale , giocare a tris o preparare la materia

dell’ora seguente c) mangiare fuori dell’intervallo . Davanti a noi la vittima o

presunta tale . Un ragazzo ripetente ( poi diventato un grande amico) che non

conosceva la situazione e la Prof. Generalmente il primo giorno di scuola si

cazzeggia , anche gli insegnanti fanno domande del tipo : cosa avete fatto nelle

vacanze ? oppure : avete anche studiato o solo girato in motorino ? Ma non la

prof di Italiano ! quella entra , si piazza dietro alla cattedra e lancia il suo missile :

“ Chi era Dante ? “ Mentre tutta la classe si ammutoliva in attesa di qualche

detonazione , i due bastardi dell’ultimo banco iniziano a suggerire dietro alla schiena

del nuovo arrivato la risposta fatidica “ …un genio ,… un genio “ . Quest’ultimo

preso da un fervore letterario si alza e risponde “ un GENIO “ Prof in visibilio : “

BRAVO , non capisco come ti abbiano potuto bocciare “ . Morale . Succede di rado

che una bastardata si possa tramutare in una buona azione ma quel giorno con

Dante andò così e il nostro futuro amico poté partire decisamente con il piede giusto

 

Perché l’ho odiato ? perché mi sono perso quello che è ancora un pilastro della

nostra letteratura ? forse perché i giovani tendono ad identificare la materia con

l’insegnante , ma le spiegazioni non bastano , ho sempre pensato che l’ignoranza

fosse come precipitare in un pozzo senza fine ….col tempo ho solo cercato di

rallentare la caduta .

Sarà anche questa iniziativa su Dante ad aprire un poco il mio paracadute .

 

Dedico queste poche righe ad Adriano il mio compagno di banco , partito troppo

presto per il viaggio contro l’impossibile .

 

Un grazie particolare ad Enrica che mi ha rinfrescato i ricordi


BEATAMENTEDANTE

di Antonella Punto


Degustazioni dantesche 1

 

 

"Tra’ ti avante, Alichino, e Calcabrina", cominciò elli a dire, "e tu, Cagnazzo; e Barbariccia guidi la decina. Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo, Cirïatto sannuto e Graffiacane e Farfarello e Rubicante pazzo. Cercate ’ntorno le boglienti pane; costor sian salvi infino a l’altro scheggio che tutto intero va sovra le tane". [...] Per l’argine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta.”

(Inf. XXI, vv. 118-126 e 136-139)

 

Ma come! Dante scriveva le parolacce?! Ebbene sì! D’altra parte, siamo nell’Inferno, ed il canto XXI ci presenta un gruppo di vivaci quanto bizzarri diavoli: sono gli scatenatissimi Malebranche che tormentano i barattieri. Dante e Virgilio hanno dovuto chiedere loro il permesso di passare, prima di finire arpionati dagli uncini con cui pungolano anche i dannati. Il portavoce Malacoda si mostra molto servizievole: addirittura offre ai due viandanti la scorta dei suoi diavoli migliori (o peggiori, dipende dai punti di vista)...Cosa che Dante non apprezza così tanto. Diciamo che se la sta facendo proprio sotto. Virgilio invece lascia fare e così i due, accompagnati dalla grottesca brigata, si mettono in cammino. I diavoli rivolgono a Dante e Virgilio occhiate e ghigni sospetti: che cosa staranno tramando? Ancora non si sa… Per ben cominciare, però, i diavoli spernacchiano il loro comandante. E Barbariccia? Risponde con una trombetta davvero particolare: una bella puzzettona e avanti, marsch!

Il plurilinguismo dantesco

Il viaggio di Dante nei regni ultraterreni è un'esperienza a tutto tondo: intellettuale, poetica, culturale e umana. La varietà degli aspetti e dei temi che Dante descrive e racconta, dunque, necessita di tutti gli stili, dal più alto al più basso. Per questo si parla di plurilinguismo dantesco. Dante cerca di piegare la lingua ai toni e ai termini di volta in volta più adatti al contesto di cui tratta: non ci deve stupire, perciò, l’utilizzo di parole dure (se non scurrili, come abbiamo potuto vedere con l’episodio di Barbariccia) tra le fiamme dell’Inferno e le grida dei dannati L’uso di “rime aspre e chiocce” (Inf. XXXII, v. 1) non era d’altra parte una novità completa per il poeta: ne aveva infatti già fatto uso per esempio nelle Rime Petrose. Nella successione delle cantiche della Commedia, tuttavia, è facile individuare una mutazione stilistica, un progressivo innalzamento del tono poetico dall'Inferno al Paradiso, anche se la varietà rimane in ogni contesto. Ciò significa che troveremo “durezze” anche nei cieli del Paradiso? Non vi resta che scoprirlo alla prossima degustazione!


Narcolessia 1

 

Non pago d’occhiate soverchie,

quel bischero d’un Alighiero

s’accasciò n’un sacco di cicerchie.

 

Ho voluto immaginare, con questa terzina indegna frutto della mia fantasia,

un pensiero di Beatrice. Giovane donna ormai sposata, incontra Dante per

le vie di Firenze e questo, preso dall’emozione, ha un mancamento e deve

appoggiarsi a un sacco colmo di fagioli in vendita presso un banchetto.

Se lo scarto tra adolescenti maschi e femmine, come ai nostri giorni, vede

queste ultime nettamente più mature a confronto dei loro coetanei, ai

tempi di Dante questo divario era oltremodo amplificato dall’uso frequente

di maritare le figlie poco più che bambine.

Ma ho voluto qui immaginare il giovanissimo innamorato sopraffatto non

solo dai turbini di una nobile infatuazione, bensì da quello che diversi

ricercatori sono ormai propensi a indicare come un vero e proprio disturbo.

Ma andiamo con ordine.

 

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,

tant'era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

 

Così incomincia la Comedia di Dante Alleghieri di Fiorenza, ne la quale

tratta de le pene e punimenti de’ vizi e de’ meriti e premi de le virtù. In

questa, e in diverse altre terzine, alcuni ricercatori hanno individuato chiari

indizi della presunta narcolessia del Sommo.

Non sono un esperto in merito ai disturbi del sonno e cercherò di

sintetizzare le informazioni su questa patologia che ho potuto raccogliere.

La narcolessia consiste in un disturbo neurologico, caratterizzato in primo

luogo da una eccessiva sonnolenza diurna, dalla manifestazione nella veglia

di alcuni fenomeni fisiologici tipici dell’assopimento (movimenti oculari

rapidi), cataplessia, paralisi da sonno e allucinazioni ipnagogiche.

Se l’assopimento improvviso di Dante può essere spiegato come un

intelligente stratagemma poetico, c’è chi ritiene sia un chiaro segno della

narcolessia con la quale conviveva. I sostenitori di questa tesi vanno ben

oltre, individuando altri chiari e a detta loro inequivocabili sintomi.

La chiusura del quinto canto dell'Inferno, quello dell’emozionante e

appassionante racconto di Paolo e Francesca, è in quest’ottica ancora più

esplicita.

 

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangea; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

 

Qui oltre all’improvviso emergere della sonnolenza, gli esperti hanno

riconosciuto i chiari segno della cataplessia. Questa è descritta come quel

disturbo che causa una perdita del tono muscolare ed è solitamente

provocata da forti emozioni. La cataplessia può essere di diversa entità ed

essendo improvvisa può provocare cadute e paralisi, protraendosi nel

tempo da pochi secondi fino a trenta minuti circa. E chi la subisce rimane

spesso del tutto cosciente di ciò che nel frattempo sta accadendo attorno a

lui.

Per un altro esempio illuminante individuato dai sostenitori di questa tesi

occorre ritornare al primo canto dell'Inferno, all’incontro con la lupa e alla

richiesta di aiuto a Virgilio:

 

Vedi la bestia per cu' io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

 

Come non riconoscere, nel tremar le vene e i polsi descritto da Dante, un

chiaro indizio di cataplessia.

Per concludere questo breve excursus sulla presunta narcolessia del

Sommo poeta, che meriterebbe un approfondimento specifico, non si

possono ignorare le molte terzine che sembrano descrivere vere e proprie

allucinazioni ipnagogiche. Lasciando al sagace lettore il gusto di cercare

questi indizi nella Commedia, mi limiterò a sintetizzare in cosa consistono.

 

Per l’Associazione Italiana Narcolettici e Ipersonni le allucinazioni

ipnagogiche sono delle “Esperienze intense e vivide che possono coinvolgere

diversi organi sensoriali tra cui vista, tatto, udito e verosimilmente

avvengono nella stragrande maggioranza dei casi durante una paralisi del

sonno. Le visioni che si possono avere durante una paralisi solitamente sono

sensazioni forti, terrificanti e bizzarre, spesso inquietanti e possono durare

da alcuni secondi a diversi minuti”.

Non sapremo mai con certezza se il Sommo poeta fosse affetto da

narcolessia. Non sapremo mai se le terzine che richiamano i momenti

improvvisi di sonno, le repentine perdite di forze derivanti da forti

emozioni, le allucinazioni e i sogni a occhi aperti e il senso di paralisi siano

conseguenza di un disturbo del sonno o della geniale invenzione di Dante. A

noi rimane tutta la fondamentale e sconfinata potenza visionaria, allegorica

e didascalica del poema.